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lunedì 2 agosto 2010

Meditazione del giorno: Date loro voi stessi da mangiare

Meditazione del giorno 
Giovanni Paolo II 
Mane Nobiscum Dominum, 27-28




« Date loro voi stessi da mangiare »
Il cristiano che partecipa all'Eucaristia apprende da essa a farsi promotore di comunione, di pace, di solidarietà, in tutte le circostanze della vita. L'immagine lacerata del nostro mondo, che ha iniziato il nuovo Millennio con lo spettro del terrorismo e la tragedia della guerra, chiama più che mai i cristiani a vivere l'Eucaristia come una grande scuola di pace, dove si formano uomini e donne che, a vari livelli di responsabilità nella vita sociale, culturale, politica, si fanno tessitori di dialogo e di comunione.

C'è un punto sul quale si gioca in notevole misura l'autenticità della partecipazione all'Eucaristia, celebrata nella comunità: è la spinta che essa ne trae per un impegno fattivo nell'edificazione di una società più equa e fraterna. Nell'Eucaristia il nostro Dio ha manifestato la forma estrema dell'amore, rovesciando tutti i criteri di dominio che reggono troppo spesso i rapporti umani ed affermando in modo radicale il criterio del servizio: «Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti» (Mc 9,35). Non a caso, nel Vangelo di Giovanni non troviamo il racconto dell'istituzione eucaristica, ma quello della «lavanda dei piedi» (Gv 13,1-20): chinandosi a lavare i piedi dei suoi discepoli, Gesù spiega in modo inequivocabile il senso dell'Eucaristia. San Paolo, a sua volta, ribadisce con vigore che non è lecita una celebrazione eucaristica nella quale non risplenda la carità testimoniata dalla concreta condivisione con i più poveri (1Cor 11,17).

Perché dunque non fare di questo Anno dell'Eucaristia un periodo in cui le comunità diocesane e parrocchiali si impegnano in modo speciale ad andare incontro con fraterna operosità a qualcuna delle tante povertà del nostro mondo? Penso al dramma della fame che tormenta centinaia di milioni di esseri umani, penso alle malattie che flagellano i Paesi in via di sviluppo, alla solitudine degli anziani, ai disagi dei disoccupati, alle traversie degli immigrati… Non possiamo illuderci: dall'amore vicendevole e, in particolare, dalla sollecitudine per chi è nel bisogno saremo riconosciuti come veri discepoli di Cristo (Gv 13,35 ; Mt 25,31-46). È questo il criterio in base al quale sarà comprovata l'autenticità delle nostre celebrazioni eucaristiche.

venerdì 30 luglio 2010

Meditazione del giorno: Non è egli forse il figlio del carpentiere?

Meditazione del giorno 
Giovanni Paolo II 
Redemptoris custos, 27 (© copyright Libreria Editrice Vaticana)




« Non è egli forse il figlio del carpentiere ? »
         La comunione di vita tra Giuseppe e Gesù ci porta a considerare il mistero dell'Incarnazione proprio sotto l'aspetto dell'umanità di Cristo, strumento efficace della divinità in ordine alla santificazione degli uomini : « In forza della divinità le azioni umane di Cristo furono per noi salutari, causando in noi la grazia sia in ragione del merito, sia per una certa efficacia » (San Tommaso d'Aquino).

         Tra queste azioni gli evangelisti privilegiano quelle riguardanti il mistero pasquale, ma non omettono di sottolineare l'importanza del contatto fisico con Gesù... La testimonianza apostolica non ha trascurato la narrazione della nascita di Gesù, della circoncisione, della presentazione al tempio, della fuga in Egitto e della vita nascosta a Nazaret a motivo del mistero di grazia contenuto in tali gesti, tutti salvifici, perché partecipi della stessa sorgente di amore : la divinità di Cristo. Se questo amore attraverso la sua umanità si irradiava su tutti gli uomini, ne erano certamente beneficiari in primo luogo coloro che la volontà divina aveva collocato nella sua più stretta intimità : Maria sua madre e il padre putativo Giuseppe.

         Poiché l'amore paterno di Giuseppe non poteva non influire sull'amore filiale di Gesù e, viceversa, l'amore filiale di Gesù non poteva non influire sull'amore paterno di Giuseppe, come inoltrarsi nelle profondità di questa singolarissima relazione ? Le anime più sensibili agli impulsi dell'amore divino vedono a ragione in Giuseppe un luminoso esempio di vita interiore.

domenica 25 luglio 2010

Meditazione del giorno: Padre nostro celeste

Meditazione del giorno 
Giovanni Paolo II 
Dives in misericordia, cap. 8,15




« Se voi che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste ? »
        Quanto più la coscienza umana, soccombendo alla secolarizzazione, perde il senso del significato stesso della parola «misericordia», quanto più, allontanandosi da Dio, si distanzia dal mistero della misericordia, tanto più la Chiesa ha il diritto e il dovere di far appello al Dio della misericordia «con forti grida» (Mt 15, 23). Queste «forti grida» debbono essere proprie della Chiesa dei nostri tempi...

        L'uomo contemporaneo si interroga spesso, con profonda ansia, circa la soluzione delle terribili tensioni che si sono accumulate sul mondo e si intrecciano in mezzo agli uomini. E se talvolta non ha il coraggio di pronunciare la parola «misericordia», oppure nella sua coscienza, priva di contenuto religioso, non ne trova l'equivalente, tanto più bisogna che la Chiesa pronunci questa parola, non soltanto in nome proprio, ma anche in nome di tutti gli uomini contemporanei. Bisogna che la pronunci in un'ardente preghiera, in un grido che implori la misericordia secondo le necessità dell'uomo nel mondo contemporaneo.

        Questo grido sia denso di tutta quella verità sulla misericordia che ha trovato cosi ricca espressione nella Sacra Scrittura e nella tradizione, come anche nell'autentica vita di fede di tante generazioni del Popolo di Dio. Con tale grido ci richiamiamo, come gli scrittori sacri, al Dio che non può disprezzare nulla di ciò che ha creato, al Dio che è fedele a se stesso, alla sua paternità e al suo amore.

venerdì 23 luglio 2010

Meditazione del giorno: la volontà di Dio

Meditazione del giorno 
Giovanni Paolo II - Copyright © Libreria Editrice Vaticana
Lettera apostolica Spes aedificandi



« Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre »
        Indicando Santa Brigida come compatrona d'Europa, intendo far sì che la sentano vicina non soltanto coloro che hanno ricevuto la vocazione ad una vita di speciale consacrazione, ma anche coloro che sono chiamati alle ordinarie occupazioni della vita laicale nel mondo e soprattutto all'alta ed impegnativa vocazione di formare una famiglia cristiana.

        Senza lasciarsi fuorviare dalle condizioni di benessere del suo ceto sociale, ella visse col marito Ulf un'esperienza di coppia in cui l'amore sponsale si coniugò con la preghiera intensa, con lo studio della Sacra Scrittura, con la mortificazione, con la carità. Insieme fondarono un piccolo ospedale, dove assistevano frequentemente i malati. Brigida poi era solita servire personalmente i poveri. Al tempo stesso, fu apprezzata per le sue doti pedagogiche, che ebbe modo di esprimere nel periodo in cui fu richiesto il suo servizio alla corte di Stoccolma. Da questa esperienza matureranno i consigli che in diverse occasioni darà a principi e sovrani per la retta gestione dei loro compiti. Ma i primi a trarne vantaggio furono ovviamente i figli, e non a caso una delle figlie, Caterina, è venerata come Santa.

        Dopo la morte dello sposo, avvertì la voce di Cristo che le affidava una nuova missione, guidandola passo passo con una serie di grazie mistiche straordinarie... In Brigida si avverte la forza della profezia. Talvolta i suoi toni sembrano un'eco di quelli degli antichi grandi profeti. Ella parla con sicurezza a principi e pontefici, svelando i disegni di Dio sugli avvenimenti storici. Non risparmia ammonizioni severe anche in tema di riforma morale del popolo cristiano e dello stesso clero...

        In particolare, poi, essendosi le terre scandinave, patria di Brigida, distaccate dalla piena comunione con la sede di Roma nel corso delle tristi vicende del secolo XVI, la figura della Santa svedese resta un prezioso « legame » ecumenico, rafforzato anche dall'impegno in tal senso svolto dal suo Ordine.

mercoledì 12 maggio 2010

Segreto di Fatima e preti pedofili

tratto da ilgiornale.it

Lisbona
 - Terzo segreto di Fatima non si esaurisce con l’attentato a Giovanni Paolo II e non è una profezia rivolta soltanto al passato: comprende, invece, anche le sofferenze attuali che vive la Chiesa per lo scandalo degli abusi sessuali, e oggi «vediamo in modo realmente terrificante» che «la più grande persecuzione non viene dai nemici di fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa». Lo ha detto Papa Ratzinger rispondendo alle domande dei giornalisti sul volo che lo ha portato da Roma a Lisbona, per il suo 15° viaggio internazionale che questa sera giungerà al culmine con l’arrivo a Fatima. Benedetto XVI ha spiegato, sempre riferendosi allo scandalo della pedofilia, che la Chiesa deve imparare nuovamente a fare penitenza e che «il perdono non sostituisce la giustizia». Ma ha anche voluto ricordare che «il Signore è più forte del male» e dunque sarà sua la vittoria alla fine della storia.
È la prima volta che il Papa usa parole così forti e dirette per parlare di quanto sta accadendo. Ancora una volta, Ratzinger non attacca i media per il loro accanimento, né critica le campagne di stampa, come invece hanno fatto alcuni suoi collaboratori. Affronta invece il problema con umiltà, definendo «terrificante» il fatto che a perseguitare la Chiesa non siano forze esterne, ma i peccati abominevoli dei suoi membri.
Ratzinger è stato accolto con calore dai portoghesi. All’aeroporto, nel saluto al presidente Anibal Cavaco Silva, ha accennato alla secolarizzazione del Portogallo dicendo che «la Chiesa è aperta per collaborare con chi non marginalizza né riduce al privato» la considerazione «del senso umano della vita». Nel pomeriggio, al Terreiro do Paço, la piazza del Commercio gremita di giovani, ha celebrato una messa dicendo che i cristiani spesso si preoccupano «affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista». Forse, ipotizza il Papa, «si è messa una fiducia eccessiva nelle strutture e nei programmi ecclesiali», mentre «bisogna annunziare di nuovo l’evento della morte e della resurrezione di Cristo».
Alla domanda se il segreto di Fatima possa estendersi anche alla situazione attuale della Chiesa, Benedetto risponde dunque di sì. Riaprendo di fatto molte domande sull’interpretazione di un messaggio nel quale alcuni ritengono sia contenuta una profezia sull’apostasia morale e dottrinale riguardante anche i vertici della Chiesa, quella «sporcizia» della quale lo stesso Ratzinger aveva parlato nelle meditazioni della Via Crucis del 2005. Nella risposta sull’aereo, il Pontefice spiega che la «grande visione della sofferenza del Papa», che «possiamo riferire a Giovanni Paolo II», indica anche «realtà del futuro della Chiesa che mano a mano si sviluppano e si mostrano». Dunque il segreto non si applica soltanto all’attentato del 1981, e soprattutto non appartiene soltanto al passato, come fu sostenuto dieci anni fa, al momento della pubblicazione del testo di suor Lucia. «Il Signore ci ha detto che la Chiesa sarà per sempre sofferente, in modi diversi fino alla fine de mondo» continua Ratzinger, e il messaggio di Fatima indica «la risposta fondamentale cioè la conversione permanente, la penitenza, la preghiera».
La novità «che possiamo oggi scoprire in questo messaggio», aggiunge, riguarda il fatto che «non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa». La «più grande persecuzione» contro la Chiesa non viene dunque «dai nemici esterni, ma nasce dal peccato nella Chiesa» stessa. Che per questo ha «profondo bisogno» di imparare nuovamente «il perdono ma anche la necessità della giustizia. Il perdono non sostituisce la giustizia». Parole significative, da applicare ai casi dei preti macchiatisi di abusi sui minori.
«Dobbiamo imparare proprio questo dato essenziale – ha concluso -: il male attacca anche dall’interno, ma sono sempre presenti anche le forze del bene e alla fine il Signore è più forte del male e la Madonna per noi è la garanzia. La bontà di Dio è sempre l’ultima risposta della storia». È possibile che Benedetto XVI ritorni su questo tema nei discorsi che pronuncerà a Fatima, dove pregherà per i sacerdoti, per la Chiesa e per la pace.

venerdì 25 luglio 2008

San Giacomo il Maggiore, Apostolo (festa)

Il 25 Luglio la Chiesa Cattolica celebra San Giacomo il Maggiore.
Martire a Gerusalemme nel 42 d.C.

Giacomo è detto il Maggiore per distinguerlo dall'omonimo apostolo, Giacomo di Alfeo. Lui e suo fratello Giovanni Evangelista sono figli di Zebedeo, pescatore in Betsaida sul lago di Tiberiade, e di Maria Sàlome. Ambedue furono chiamati da Gesù subito dopo Pietro e Andrea suo fratello: "Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedèo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono." (Mt 4,21-22).

Ben altri passaggi dei vangeli e Atti degli apostoli parlano di Giacomo:
«Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro; poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono;» (Mc 3,16-17).

Ritroviamo Giacomo, insieme a Giovanni e a Pietro, nella narrazione della Trasfigurazione di Gesù descritta nei vangeli sinottici Matteo 17,1-8; Marco 9,2-8 e Luca 9,28-36.

In Matteo 20,20-24 si legge ancora « Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli, e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: "Che cosa vuoi?". Gli rispose: "Dì che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno". Rispose Gesù: "Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?". Gli dicono: "Lo possiamo". Ed egli soggiunse: "Il mio calice lo berrete; però non sta a me concedere che vi sediate alla mia destra o alla mia sinistra, ma è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre mio". Gli altri dieci, udito questo, si sdegnarono con i due fratelli;»

Giacomo, sarà il primo apostolo martire che, nella primavera dell'anno 42, berrà quel calice: «In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni» (At 12,1-2).

Secoli dopo, nascono su S. Giacomo tradizioni e leggende. Si dice che avrebbe predicato il Vangelo in Spagna. Quando poi quel Paese cadde in mano araba (sec. IX), si afferma che il corpo di Giacomo (Santiago, in spagnolo) è stato prodigiosamente portato nel nord-ovest spagnolo e seppellito nel luogo poi notissimo come Santiago de Compostela. Nell'angoscia dell'occupazione, gli si tributa un culto fiducioso e appassionato, facendo di lui il sostegno degli oppressi e addirittura un combattente invincibile. La fede nella sua protezione è uno stimolo enorme nelle prove durissime e tutto questo ha un riverbero sull'Europa cristiana che già nel X secolo inizia i pellegrinaggi a Compostela.

Nel 1989 Giovanni Paolo II, insieme a migliaia di giovani da tutto il mondo,
ha fatto il «Cammino di Compostela».

Fonte: http://www.vangelodelgiorno.org

giovedì 3 luglio 2008

Giovanni Paolo II : elezione a Pontefice e primo discorso

Papa Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla) succede a Papa Giovanni Paolo I. Nel discorso Wojtyla ha paura dell'incarico che dovrà affrontare e si affida per questo alla Madonna Santissima. Dice poi di essere clementi con lui per il fatto che non conosce bene la lingua italiana: "Se mi sbaglio mi corigerete". Il resto potete vederlo nel filmato.